~L'ULTIMO TRENO~



Arriva trafelato, e non mi saluta. Neanche io, e lo osservo in silenzio mentre si riprende dalla corsa. Mi ritrovo a pensare - con una certa vena cinico/sarcastica che oggi rifulge del suo massimo splendore - sia mai che gli venga un'ischemia, poco importa che abbia preso un taxi, anche le notizie scioccanti potrebbero ucciderlo. Bene, ha finito di ansimare, si siede accanto a me e si ridà un contegno. Intuisco che non esordisca dandomi del deficiente soltanto per pura cortesia, credo, ma in compenso mi caccia una squadrata che parla in sua vece.
-Lo sanno gli altri che parti oggi?
-No.
-In pratica vuoi andartene senza salutare nessuno?
La mia risposta è circoscritta ad un mugugno indistinto mentre mi stringo nelle spalle, impegnandomi per incarnare al meglio la conveniente filosofia del Menefrego.
-E ti sembra logico? Si incazzeranno a morte.
-Ma vuoi stare zitto? Che vuoi che me ne importi. E sarebbe stato meglio che non lo sapessi neanche tu.
-Allora grazie per avermene messo al corrente con ben un'ora di anticipo.
Ma Cristosanto. Navigavo a vista sullo scazzo più imponente che potesse mai cogliermi, non poteva esimersi dal lanciare le sue solite frecciatine? Naturalmente no, non essendo programmato per tacere.
-Mbè, cosa sarebbe cambiato se te lo avessi detto prima? Volevi organizzare una festa a sorpresa o che?
Lui sospira, e si passa una mano fra quei capelli perennemente un po' scarmigliati dove ho affondato il viso tante volte. Il vederlo compiere quel gesto mi riporta alla memoria attimi che non è il caso di rievocare proprio ora, assolutamente no. Sono stato io volere così, adesso non posso lamentarmi. Detesto gli addii. Non avevo voglia di vedere nessun altro, già ci ho messo mezza giornata per scegliere se farglielo sapere o no, e non è da me. E poi mi sembra sia passato un secolo da quando ci siamo seduti su questa panchina, in attesa di un fottutissimo treno che non si decide ad arrivare.
Mi sto seriamente pentendo di averlo avvertito, e puntualmente lui cosa fa, giusto per rincarare la dose? Mi sciorina 'sta stoccata simpaticamente perfida, coadiuvata dalla classica dignitosa nonchalance.
-Non capisci niente, sul serio. Non posso credere di essere stato insieme ad uno zotico come te.
-Oh, parli già al passato. Mi fa piacere sapere di essere stato così importante. Almeno tu ci metterai assai poco… - “a dimenticarmi”, ma riesco ad interrompermi all'ultimo, mangiandomi frettolosamente le parole che erano lì lì per uscire. Anche se ormai la frittata era fatta, sperai che non insistesse per sapere cosa stavo per dire. Se ero fortunato, forse non ci aveva prestato troppa attenzione.
-Non è quello che volevi sottintendere? “Tanti saluti, esco dalla tua vita in punta di piedi”. E' questo il messaggio che ho recepito.
Ero fortunato.
-Pensala un po' come ti pare, non è affar mio.
Non ce la faccio proprio a non essere scontroso. Non vorrei comportarmi così, ma è più forte di me. Non avrei voluto ritrovarmelo davanti, lo sapevo come sarebbe andata a finire. Alle volte preferirei farmi titillare la schiena da un gatto a nove code piuttosto che interagire con lui, e allora perché gli ho scritto quel messaggio? Confidavo forse che lo leggesse troppo tardi? Quale che sia la spiegazione, sono stato un coglione totale.
Un coglione al cubo.
-Non vedo di chi sia affare allora, se non tuo. Anzi, nostro.
Istintivamente mi volto a guardarlo. Nostro. Una parola che in questo momento mi dà un fastidio allucinante. Tirare una craniata al muro mi darebbe meno noia. Mi dà noia perché non so se ci potrà essere un “nostro” anche domani. Non avrei voluto sentirla adesso, no. Non rendere le cose ancor più difficili di quanto già non lo siano, Misugi. Accidenti a te.
Un po' ti odio per questo tuo modo di porti con me. Quando trasformi in un'arma la tua sincerità disarmante, e dici le cose giuste nel momento sbagliato. Credo che tu lo faccia appositamente per provocarmi. O magari sono io che traviso. Fatto sta che adesso mi stai proprio dando ai nervi, e mi sento sempre più un perfetto cretino per averti avvisato.
Una trovata che potevo anche risparmiarmi, in effetti.
Non riesco a replicare niente, e quando mi accorgo di stare indugiando un po' troppo a lungo perso nei tuoi occhi, distolgo lo sguardo. Non voglio che tu capisca quanto io mi stia tormentando in questo momento.


Mi sono scapicollato alla stazione non appena ho letto il suo messaggio. E meno male che avevo il cellulare nei pressi, perché se l'avessi dimenticato nella tasca della giacca, come sovente mi capita, chissà quando l'avrei visto.
Ha scelto di andarsene con l'ultimo treno della giornata. Potevamo avere praticamente l'intero giorno a disposizione, considerato l'orario della partenza, le nove di sera. E invece ha evitato accuratamente di rendersi reperibile, l'idiota.
Una cicatrice. Che pulsa e fa male. Questo è lui per me, una cicatrice indelebile, e bastarda, che non si rimargina mai del tutto. E sì che ne avrei già abbastanza di mio.
Gli sto dando un congedo astioso, ma non riesco a sfoderare un sorriso preconfezionato, e faccio finta di non dar peso alle parole che gli sento chiaramente pronunciare. Qualcosa circa il fatto che lo dimenticherò in fretta, anzi, l'ultima parte l'ho aggiunta io, era talmente palese. Lui l'ha troncata prima della fine, quella frase. Si era accorto di aver osato troppo? Sono sicuro che ora si stia augurando che io non indaghi oltre per sapere cosa stesse per dire. Mi viene da sorridere, se spera che non ci arrivi. Ma lo farò contento, per stavolta, e non girerò il coltello nella piaga, non in questa, per lo meno. Che tanto fa soffrire anche me, non solo te, che cosa credi.
Comunque perché cavolo me l'hai fatto sapere, volevi vedermi, no? Sono qui, ora. Sputami pure addosso tutto il tuo veleno, ci sono abituato. E ti dirò, non fa neanche così male. Per adesso.
Oh, lo so benissimo quanto ti irrita che abbia pronunciato quella parola. Ma se per farti reagire ti devo stuzzicare come si fa col toro nell'arena, mi presto volentieri.
E la parte del sostenuto lasciala fare a me, grazie.
Lui grugnisce qualcosa ma non aggiunge altro. Evidentemente vorrebbe lasciar cadere la questione. Di solito io non cerco mai la lite, se posso evito. Ma con te alle volte è inconcepibile trattenersi, dire che te le cerchi sembra un pallido eufemismo. E' questo che vuoi? Vuoi che concludiamo il tutto con una bella litigata da antologia? Se è così prego, accomodati.
-Sei un vigliacco.
La sua schiena si curva impercettibilmente, come ad incassare il colpo. Stringe i pugni fino a farsi sbiancare le nocche, ma a parte questo non muove un muscolo e non proferisce verbo.
-Mi hai sentito? E' esattamente quello che penso di te in questo momento. Sei un vigliacco perché te ne vuoi andare così, in silenzio. Senza avere il coraggio di affrontare nessuno. Che poi, voglio dire. Che sarà mai. Non stai partendo per il fronte, Hyūga.
Forse ci ho calcato un po' troppo la mano. O forse certe cose te le leva proprio dalla bocca, non so. Fatto sta che finalmente sembra reagire, a meno di mezz'ora dall'arrivo di quello stramaledettissimo treno.
Ovviamente non si spreca in chiacchiere. Si limita ad afferrarmi per il bavero della giacca e a strattonarmi a sé, ringhiando che ci devo dare un taglio ad usare a sproposito la mia linguaccia affilata. Sostengo il suo sguardo, leggendoci non soltanto rabbia e indignazione, ma anche un profondo disagio. E se solo non lo avesse distolto così alla svelta, forse ci avrei scoperto anche una punta di tristezza.
La stessa che poi ho pure io, nel mio.
Perché ci diamo addosso in questo modo, Hyūga? Non sarebbe il caso di deporre le armi, una buona volta?
Lo penso, ma non lo dico. E percepisco forte e chiaro il distacco, che si fa sempre più imminente.


Adesso mi hai fatto proprio incazzare, sai. Come ti permetti di darmi del vigliacco? Che ne sai tu di come mi sento? Sono stufo di giocare a questo gioco con te, Misugi. Non speravo che mi capissi appieno, talvolta non mi capisco nemmeno io. Ma questo trattamento non posso tollerarlo. Ti stai divertendo, vero? A provocare il can che dorme, per vedere se mi sveglio e reagisco alle tue insinuazioni. Ringrazia che siamo in un luogo pubblico, altrimenti ti avrei già steso con un cazzotto.
Che poi sappi che non è mai troppo tardi per beccarsene uno. Continua su questa falsariga e vedrai, ma probabilmente finiresti col salvarti in zona Cesarini, perché se Dio vuole manca poco all'arrivo di quel dannatissimo treno.
-Ancora devo capire il motivo per cui mi hai scritto quel messaggio.
Odo queste parole affettate squarciare il silenzio teso e forzato che si era creato. Già, anche io devo ancora capirlo. Per questo non posso darti una risposta soddisfacente.
Pur immaginando che ci sarebbe stato attrito, ho voluto vederti lo stesso.
Devo avere qualche serio problema. E poi davo a te dell'autolesionista con tendenze suicide per i libri assurdi che hai il coraggio di studiare, o per la tenacia che più d'una volta ti ha fatto rischiare la vita.
-Se non hai altro da dirmi, io me vado. Avrei preferito serbare un ricordo migliore del nostro ultimo incontro, ma la responsabilità non è di certo mia.
Oh, fai lo stizzito, adesso. E getti benzina sul fuoco. Pensi che se te ne andassi ora perderei tempo a rincorrerti? Io avrò anche i miei difetti, lo riconosco, ma tu sei un megalomane mica da ridere. Non sei così importante per me, vorrei davvero lasciarti perdere. Te ne vuoi andare? E vattene! Chi ti obbliga a restare.
-Sì, chiaro. E' solo colpa mia, vero? Di questo zotico imbecille con cui stavi.
Sottolineo particolarmente l'imperfetto, esattamente come hai fatto tu prima. Perché forse ormai è soltanto questo che siamo, un passato imperfetto.
-Scommetto che non hai neanche provato a chiederti cosa mi stia passando per la testa, o quanto sia difficile per me tutto questo. Ti limiti a fare i tuoi commenti sagaci fregandotene altamente di come mi sento io. Non speravo nella tua comprensione, ma neanche di  farmi dare gratuitamente del codardo.
Non so se ho reso abbastanza l'idea. Volevo essere più tagliente, ma le parole non le so usare bene quanto lui. Sono quasi rassegnato, mentre attendo la sua brillante replica che smonterà in un attimo il mio discorso.
-Allora cosa vuoi sentirti dire?
Sintetico e incisivo. Ammetto che mi abbia spiazzato, non è nel suo stile, mi aspettavo un simil-sermone biblico.
Alzo le spalle. Non lo so quello che vorrei sentirmi dire, ma di sicuro so quello che NON vorrei sentire. Ed in questo rientra più o meno ogni cosa che mi hai detto finora, guarda un po'.
Inaspettatamente, mi sfiora la mano. Se speri che stringendotela vada tutto a posto, ti sbagli di grosso, mio caro.
-Scusami.
Credo di averlo guardato con gli occhi pallati. Non sono nemmeno sicuro di aver capito bene, per questo fatico a rispondere. Mi viene solo da scuotere la testa, e da corrugare la fronte.
Fesso che non sei altro. Cos'è, cerchi di redimerti prima che sia troppo tardi? Così avrai la coscienza pulita quando io sarò fuori dalle palle, lontano, in Italia?
Ma poi, alla fine, chi se ne frega. Sarebbe meglio che la smettessimo di pungolarci a vicenda, ormai manca poco.
Sei docile adesso, eh? Non fai più tanto lo sborone con le tue frasi ad effetto. Non vorrei dartela vinta, però purtroppo la mia mano si muove irrimediabilmente da sola, a carezzarti i capelli. Ma è un attimo, giusto l'attimo prima che il mio treno venga annunciato, e che la voce gracchiante dell'altoparlante mi riporti bruscamente alla realtà.
Solo in quel momento mi accorgo degli allegri schiamazzi di un gruppo di bambini, impegnati in una qualche strana e rumorosa conta, che probabilmente saliranno insieme a me. Mi auguro almeno che non si siedano nelle mie dirette vicinanze, ci manca soltanto la loro euforia a ricordarmi che per me quel viaggio sarà estenuantemente lungo. Ma, con la solita sfiga, sicuramente me li ritroverò a due sedili di distanza.
-Ci vediamo, eh.
Tipica espressione da commiato a tempo indeterminato. Ma proprio non mi esce altro.
-Vedi di non defenestrare nessun bambino, durante il viaggio.
Rischia pure di strapparmi una ghignata non consenziente, l'imbecille, ma mi trattengo in tempo e lo guardo con sufficienza. Questa gliela abbuono, deve aver notato le mie occhiate assassine rivolte a quei marmocchi innocentemente irritanti. Se fa uno sforzo ce la fa a capirmi un minimo, ogni tanto.
Se si fosse sforzato un po' anche prima, e se io mi fossi dimostrato meno acido, forse non ci saremmo ridotti al punto da non doverci neanche guardare in faccia per evitare di stare ancora peggio.
Perché non voglio che noti i miei occhi lucidi. Non voglio notare i suoi.
A malapena i nostri sguardi si incrociano, prima che salga sul treno, l'ultimo treno, senza voltarmi indietro.

 



NOTE CONCLUSIVE

OhMyGawd. Una semi-angst. Almeno mi pare (no?) Mi lascia un po' perplessa, ditemelo voi che cos'è, io sono talmente abituata a scrivere in chiave buffonesca che non so come classificare qualcosa che non lo sia. Oddio, almeno per me così ridere non fa, poi magari qualcuno la troverà pateticamente divertente, de gustibus.
Non so quanto sia credibile, ma voi sorvolate, sorvolate pure. Era giunta l'ora di far tirare un po' di seghe mentali a 'sti due, il loro idillio mica poteva durare per sempre, nevvero? *ihih*
E comunque, l'ispirazione (che parola grossa xD) per questa shot mi è venuta sul treno per Venezia, mentre ero in uno stato d'animo a metà fra il malinconico andante e il depressivo-ma-non-troppo. Ho cavalcato il momento e il risultato mi ha ricordato perché di solito evito di scrivere quando, per un motivo o per l'altro, ho la vena cazzara in stand-by.

Credits:
1) Al gruppo di bambini deliziosamente scassaballe che facevano casino due posti avanti a me xD
2) Alla famigerata e bellissima “So Long Dear Friend”, che amo spasmodicamente. L'80% di responsabilità è a lei attribuibile se ho scritto questa shot. L'ho ascoltata in loop eterno mentre viaggiavo a bordo del suddetto treno, ed è capace di instillarmi una malinconia come poche altre.

Un grassie stellare a Nene e Kara che hanno letto in anteprima la Cosa e mi hanno convinto a pubblicarla. V.V.1 K.D.B., ragazze xD

[Back]