Ordunque…questa raccolta di drabble nasce dall’esigenza di rispondere alla sfida che la talentuosissima e malefica Pucchyko_Girl ha lanciato tramite la sua  A nach Be ~ Alphabet (a pochi poteva venire un’idea tanto assurda quanto interessante).
Leggendo la sua opera, l’ispirazione mi ha colpito dritto in mezzo agli occhi. Ovviamente non sono all’altezza di un simile compito, e il risultato fa abbastanza schifo, ma…c’ho provato xD

• Ho scelto una coppia a cui sono molto legata, e che è in assoluto la mia preferita tra le coppie canon di CT, presentandone la mia personale visione.
Benché non abbia un animo spiccatamente romantico e non riesca a scrivere cose struggenti o eccessivamente melense, ho cercato di dare a queste drabble una parvenza di storia d’ammmore. Credo sia il mio massimo…e chissà che un minimo non ci sia riuscita.

• Come nell’idea originale, anche qui ogni lettera dell’alfabeto ripercorre una tappa della loro relazione. Naturalmente sono in ordine sparso, ci mancherebbe solo che avessi provato a creare un ordine cronologico.
Non mi odio mica cosí tanto.

• Non ho mai scritto drabble in vita mia e la prima volta che lo faccio inizio con ben 26 di fila, e per giunta tutte da 100 parole l’una, non una in piú non una in meno. Devo essere malata in testa. Ma lo è ancora di piú la persona che ha pensato ad una cosa simile per prima xD
Inutile dire che ho sclerato  per far quadrare i conti, ma devo ammettere che è stato un esperimento davvero molto, molto divertente.
Che non credo ripeteró per un bel po’, comunque.

• Ho scelto un titolo giapponese facendomi trascinare dal fatto che i protagonisti siano appunto giapponesi, cosí come Pucchyko_Girl ne ha scelto uno tedesco per protagonisti tedeschi. Questo mi è piaciuto fin da subito, e richiama il titolo originale della sfida, essendo traducibile anche con qualcosa di simile a “Dalla A alla Z”.

Bene, ho terminato gli sproloqui. Non vi resta che leggere questo obbrobrio, io la mia parte l’ho fatta *stramazza al suolo stremata*

 

初めから終わりまで
(Hajime kara Owari made – Dal Principio Alla Fine)
~ The Ordinary Love Story of Yoshiko & Hikaru ~

 

~ 初め
(The beginning)

 

Aeroporto, il luogo dove tutto era cominciato.
Dopo la disfatta contro la Nankatsu, aveva letto casualmente quelle tre paroline semi-invisibili ricamate a filo bianco sulla sua hachimaki.
Ed aveva aperto gli occhi, maledicendola sottilmente perché essendo di quel colore le aveva viste proprio per culo.
Quella volta fece una corsa contro il tempo e si era mezzo ammazzato per arrivare prima che il suo aereo decollasse, ma col senno del poi avrebbe anche potuto prendersela un po’ piú comoda, dato che lei era passata in albergo a cambiarsi.
Avevano iniziato cosí la loro storia, con una relazione a distanza.

Bollette astronomiche, come quelle che raggiungevano spesso casa dei Matsuyama e dei Fujisawa.
Lui e Yoshiko non abitavano molto distanti, ma quando per un motivo o per l’altro non potevano vedersi si attaccavano al telefono, restando ore ed ore a parlare di cazzate, come era consono a due ragazzi della loro etá.
Specie quando lui era in trasferta con la squadra e, per errore, addebitava le chiamate al ricevente.
Cosa di cui la famiglia di lei si rendeva conto solo all’arrivo della fattura telefonica.
In quei frangenti, ringraziava di non essere nel campo visivo del padre di Yoshiko.

Caldo, ovvero la cosa che Hikaru sopportava di meno al mondo.
“Andiamo in vacanza a Okinawa?” Miagoló Yoshiko al suo orecchio, tra un bacio e l’altro.
“Mhm?” Biascicó lui scettico, alzando un sopracciglio senza smettere di lambirle il collo, desideroso in quel momento di avventurarsi verso ben altri lidi.
“Eddai. Mi piacerebbe abbronzarmi un po’.” Davanti alle sue armi di persuasione, fu costretto a  capitolare.
Ma, come prevedibile, fu una palla al piede.
Rimase quasi sempre barricato in albergo con l’aria condizionata a manetta, facendo sfiorare alla stanza temperature artiche.
Decisamente, il caldo smorzava i suoi glaciali spiriti.

Determinazione, come quella di Yoshiko.
Forse non si sarebbe detto, ma aveva un bel caratterino. E di solito riusciva ad ottenere sempre quello che voleva, specialmente se la persona che puntava per un tentativo di estorsione era il suo Hikaru.
Che naturalmente non le sapeva mai dire di no, come quella volta che lo aveva convinto a partecipare ad un’uscita di shopping con lei e altre quattro sue amiche.
Un suicidio annunciato.
Come naturale epilogo della vicenda, il fiero capitano aveva quasi perso l’udito per il loro starnazzare incessante e si era ridotto a fare da umile facchino.

Esagitato, come spesso lo accusava di essere Yoshiko.
Non era possibile che appena la vedesse parlare con un ragazzo andasse quasi in escandescenze.
Le aveva fatto fare delle figure barbine a volte, perché magari il tale era un parente o un vecchio amico, insomma qualcuno che la conosceva bene e che aveva fatto tanto d’occhi nel vedere l’invasato con cui si era messa.
Rimasti soli, lo guardava scuotendo la testa declamando che occorreva giusto la sua pazienza per sopportarlo.
Al che lui ricambiava l’occhiata e replicava stizzito che non ci poteva fare niente se l’amava troppo.
 
Furano, come la squadra in cui Yoshiko aveva militato in veste di manager per anni.
Fu la loro occasione per imparare a conoscersi.
Lei non poté farci niente, la schiantata per il bel capitano fu subitanea e stordente.
Quel suo piglio deciso e la sua forte predisposizione alla leadership la turbavano piacevolmente, anche se a volte avrebbe voluto prenderlo a randellate sui denti perché sembrava che non lo interessasse null’altro a parte il calcio.
Ragion per cui aveva accuratamente evitato di dichiararsi per parecchio tempo, sentendosi demotivata a farlo.
Era proprio vero che le ragazze maturavano prima dei ragazzi.

Guanciotte, come quelle di lui che Yoshiko adorava mordicchiare.
Esercitavano su di lei un notevole ascendente, tanto da spingerla a razziarle appena se ne presentava l’occasione. Oppure creandola, nel caso in cui l’occasione non ci fosse.
Il poverino era costretto a non abbassare mai la guardia per far fronte ai suoi attacchi, o rischiava di ritrovarsi con un pezzetto di faccia in meno.
Era inutile farle presente che quella era una parte del suo corpo che gli sarebbe servita ancora in futuro e a cui non era disposto a rinunciare, perché le sue suppliche cadevano puntualmente nel vuoto.

Hachimaki, come quella da cui Hikaru non si separava mai.
Le tre semplici parole con cui era ricamata sintetizzavano i sentimenti che Yoshiko provava per lui, e di cui lui non si era accorto fino al giorno della sua partenza.
Quando non la indossava in campo, la teneva in tasca o annodata al polso.
Gli amici a volte si divertivano a prenderlo in giro, e fra di loro la celeberrima fascetta era meglio nota come “La Reliquia”.
Si chiedevano se se la portasse dietro anche in bagno, o se ci dormisse.
Ma non erano sicuri di voler conoscere la risposta.

Incidente, come quello che rischió di portargliela via per sempre.
Gli venne quasi un infarto quando lo seppe e rinunció a giocare nei quarti contro la Svezia, correndo al suo capezzale.
Si sentí in colpa verso la squadra, ma lei veniva prima di tutto, anche se non resistette ad ascoltare la partita da una radiolina, dalla sua stanza d’ospedale.
Poi, lei aprí gli occhi e gli diede il suo benestare: non correva rischi, poteva entrare almeno nei supplementari che tanto “non moriró, per stavolta”.
Le diede della scema e, con la fida hachimaki annodata in fronte, scese in campo.

Jun, il Santo.
Di carattere molto piú compassato di Hikaru, era il consigliere ideale, e le volte in cui lui gli si era rivolto piagnucolando per uno pseudo-problema con Yoshiko ormai non si contavano. Anche se nella maggior parte dei casi non si trattava di problemi veri e propri, ma solo di sue seghe mentali.
Misugi non riusciva a capacitarsi di come una persona tanto apparentemente sicura di sé stessa potesse trovarsi in preda a tutte quelle paranoie di fronte ad un messaggino o una chiamata senza risposta.
Poi si rispondeva da solo, l’amore giocava proprio brutti scherzi.

Kojirō, colui che inaspettatamente era diventato un caro amico.
Se gliel’avessero predetto non ci avrebbe mai creduto, eppure quel ragazzo riottoso nascondeva anche un lato affabile.
Successe in Germania.
Kojirō passó a lui la sua fascia di capitano, dopo il violento scontro verbale con Wakabayashi. Non a uno dei due componenti del Triangolo Toho, bensí a lui.
Ricordava ancora quando la sera le aveva comunicato la notizia al telefono, durante un festino alcolico della Nazionale.*
Della sbronza che si era preso dopo, vittima di una violenta crisi di nostalgia, si ricordava un po’ meno.
Ma forse era meglio cosí.

Libro aperto, come la sua faccia.
Hikaru era patologicamente incapace di nascondere le proprie emozioni, e si ritrovava ogni pensiero stampato a caratteri cubitali sul volto.
Perciò, quando finse di non ricordarsi del loro primo anniversario per poi farle una sorpresa, la pantomima non resse cinque secondi.
Le pantomime di lei, invece, reggevano eccome, ed essendo molto piú portata per la recitazione, se si impegnava un po’ riusciva sempre ad infinocchiarlo alla grande.
-Non ti ho preso nessun regalo, me ne sono scordata- gli aveva detto, facendo spallucce. Alla sua espressione frustrata aveva poi aggiunto, maliziosa –niente di materiale, intendo.-

Mani fredde, come quelle di Yoshiko.
Lo erano quasi perennemente perché spesso e volentieri la ragazza si dimenticava di mettersi i guanti, o piú semplicemente li ometteva di sua spontanea volontá perché, asseriva, “mi danno noia.”
Hikaru la rimbrottava sempre per questa brutta abitudine, redarguendola con la tipica frase “ma cosí ti si screpoleranno tutte!” e poi, ostentando un’aria fintamente seccata, con fare paterno gliele prendeva fra le sue per riscaldargliele.
Al premuroso capitano il pensiero che potesse trattarsi solo di un puro e semplice espediente per farsi coccolare un po’ non sfioró mai neppure l’anticamera del cervello.

Neve, come quella che cadeva copiosa in quelle terre dal clima assolutamente infido.
Tanto che, per potersi allenare nel campetto da calcio della scuola, la formazione della Furano era costretta a spalarla via un giorno sí e l’altro pure.
Spesso Yoshiko dava una mano alla squadra nello svolgimento della noiosa operazione, pregustando la cioccolata calda che dopo lei e Hikaru avrebbero bevuto insieme per ritemprarsi.
Anche se, come ci teneva a ricordarle lui ogni volta, esistevano altri “metodi” ben piú appaganti per vincere il freddo, e che oltretutto non facevano neanche ingrassare.
Era un’ottima argomentazione, difficile da confutare.

Oracolo”, come il nome della sua rivista preferita di oroscopi e profezie celesti.
Anche se non lo avrebbe mai ammesso con anima viva che saltuariamente la leggesse.
Tanto meno con Yoshiko, che da sempre aborriva simili “cretinate” ed aveva minacciato piú volte di bruciargli quegli insulsi giornaletti.
Era un tipo piuttosto scaramantico lui, come testimoniava anche il fatto che volesse indossare sempre la hachimaki nelle partite piú importanti, ma non per questo credeva a quei responsi astrali ingenuamente e ad occhi chiusi.
Peró, si diceva guardingo, era sempre meglio dare una sbirciatina di tanto in tanto.
Cosí, giusto per scaramanzia.

Pattinare, quello che lei gli aveva proposto nel loro primo appuntamento “ufficiale”.
Curiosamente, Hikaru sembrava abilissimo in ogni sport sul ghiaccio tranne il pattinaggio, e dopo aver rischiato quattro volte di lasciare l’impronta del proprio muso sulla pista, avevano optato per fare un salto a casa di lui.
-Toh, siamo soli, i miei devono essere usciti- aveva detto con una falsissima aria noncurante, abbracciandola e affondandole il viso fra i capelli per nascondere il ghigno da depravato.
Lei aveva mangiato la foglia e l’aveva guardato circospetta.
Peró, alla fine, valse la pena fingere di essere un totale imbranato.

Quattro volte al giorno, come il numero di telefonate che Hikaru le faceva nell’arco delle ventiquattro ore quando erano lontani a causa degli impegni calcistici di lui.
Alla quarta chiamata era solita rispondere in tono vagamente insofferente.
“Sono ancora viva, Hikaru.”
“Lo so, ma mi mancavi, avevo voglia di sentirti. Ti amo.”
“Anch’io...mi amo molto, sí.” Era la classica risposta fetente che adorava dargli per farlo infumanare un po’.
Il carismatico leader della Furano, abituato ad infondere fiducia agli altri, aveva bisogno di costanti rassicurazioni e certezze da parte della sua bella  per poter dormire sonni tranquilli.

Riposato, ció che Hikaru non poteva mai dire di essere.
Tra scuola ed allenamenti la sua giornata era veramente molto lunga.
Meno male che ci pensava Yoshiko ad alleviargli la fatica, con amorevoli massaggi nelle zone indolenzite per sciogliere i muscoli tesi.
Manco a dirlo, le energie gli tornavano seduta stante, anzi talvolta pure troppo.
Come quando gli sarebbe piaciuto approfondire il “contatto”, peccato solo che si trovassero ancora negli spogliatoi.
E che ci fosse l’intera squadra in modalità voyeur a spiarli con i musi schiacciati contro il vetro della finestra.
Yoshiko se ne era accorta in zona Cesarini.

Sfiga, come quella innegabile avuta nelle due semifinali contro la Toho prima, e la Nankatsu poi.
Vittoria sfiorata con la punta delle dita.
Ai tempi della partita contro la Toho ancora non facevano coppia fissa, e guardandolo negli occhi le sembró lampante il suo sforzo titanico per apparire il capitano ottimista di sempre, quello che sapeva perdere con dignità; neanche sdrammatizzare con qualche battutina era servito, l’umore della squadra era sceso ai minimi storici.
Lei si era sentita davvero inutile in quel frangente, e si era dovuta fare violenza per resistere e non stringerlo a sé in un abbraccio.

Tamburellare, quello incessante delle sue dita quando la aspettava per uscire insieme.
Yoshiko ci metteva una vita a prepararsi, e non era strano che perdessero l’inizio del film in programmazione o arrivassero tardi al ristorante dove avevano prenotato.
Hikaru non era un tipo particolarmente paziente.
Per questa ragione, una volta che dovevano andare al cinema ed erano giá in un mostruoso ritardo, aveva fatto irruzione nella stanza dove lei si stava cambiando, minacciando di passare alle “vie di fatto” se non si fosse data una mossa.
Alla fine c’erano passati.
E senza troppi rimpianti per il film perso.

Ululato, come quello che lui aveva lanciato quella sera.
Erano in “intimitá” sdraiati sul letto, il momento era topico. La loro prima volta.
Hikaru aveva preparato tutto il necessario per creare l’atmosfera giusta: candele, luci soffuse, essenze, petali di rosa sparsi in giro.
Aveva meticolosamente messo in pratica i preziosi consigli di quella rivista “di settore”.
Peccato solo che Yoshiko, tesa come una corda di violino, fece una mossa brusca e, senza volerlo, nel girarsi lo colpí con una ginocchiata in pieno inguine, in perfetto stile “manuale di sopravvivenza alle aggressioni”.
E l’incantesimo, per qualche minuto, si spezzó.

Volontà, come quella che sicuramente non mancava al buon Matsuyama, consapevole di non possedere un talento innato per il calcio.
Perciò, si allenava strenuamente ogni giorno per colmare il divario esistente fra lui e fenomeni del calibro di Tsubasa o Kojirō, talvolta infortunandosi pesantemente ma rialzandosi senza un lamento.
In quei frangenti lei era al suo fianco. Il suo sostegno morale da sempre.
Quando fra gli spalti la scorgeva a fare il tifo durante una partita, si gasava ancora di piú, diventando pressoché inarrestabile.
E la vittoria era assai piú dolce, sapendo che dopo l’avrebbe potuta condividere con lei.

Walkabout, come una delle band preferite di Yoshiko.
Piacevano anche a lui, tanto che non esitava ad esibirsi spavaldamente al karaoke.
Ma Hikaru era negato per cantare.
Anzi, usare tale parola per descrivere il suo talento da vocalist era un eufemismo.
Lo sapeva bene lei, lo sapeva bene la squadra con cui si ritrovavano negli “ameni” ritiri musicali al locale di fiducia.
E ogni volta strappargli il microfono dalle mani per evitare i conati era un’impresa ardua; l’unica soluzione era tappargli la bocca  con un bacio, cosa che Yoshiko non indugiava a fare per il bene della collettivitá.

X-Files, ebbene sí, anche nel loro sperduto paesino fra i monti lo trasmettevano.
Hikaru ne era un grande appassionato, al contrario della sua bella che invece lo odiava cordialmente.
Per questo ingaggiavano chiassose lotte a suon di zapping quando guardavano la TV assieme, nelle sere in cui tale serie era in programmazione.
I genitori di lui, richiamati dalla gazzarra, si affacciavano in salotto e li spiavano divertiti, lanciandosi sguardi di intesa e chiedendosi se il figlio avrebbe ceduto anche quella volta.
Ma certo che sí. Bastavano una sua occhiata supplichevole e un po’ di sbattere di ciglia per convincerlo.

Yakitori, il suo piatto preferito.
Tutti pensavano che una come Yoshiko fosse abile tra i fornelli.
Invece non era poi cosí abile.
Se la cavava, ma era una gran confusionaria e affrontava le “gioie” del cucinare con un piglio degno di Attila.
La volta in cui provó a preparargli i suoi adorati spiedini di pollo, la cucina, che per inciso era quella della casa di lui, si tramutó in un autentico campo di battaglia.
Infine la spuntó lei, ottenendo un piatto dall’aspetto per niente invitante, ma dal sapore decisamente buono.
Il capitano doveva riconoscerlo, non finiva mai di sorprenderlo.

Zerbinaggio, l’impertinente accusa che solevano muovergli gli amici, riferendosi al fatto che sopprimesse una buona dose di dignità quando c’era di mezzo lei.
Risentendosi di questa invettiva gratuita si vendicava pestando qualcuno a caso di quegli imbecilli, perché non era mica cosí che stavano le cose.
O meglio, solo quando lei non lo guardava con quegli occhi. O quando non gli carezzava i capelli con quel tocco gentile, depositandogli poi un delicato bacio fra lobo e collo.
In quei momenti capitava che dimenticasse perfino il proprio nome ed effettivamente diventava piú arrendevole del solito.
Ma soltanto un po’.

 

~終わり
(The End)

NOTE:

*Il festino alcolico a cui mi riferisco è liberamente tratto dalla mia fanfiction, “Certe cose non cambiano mai.
Se volete saperne di piú andate a leggerla, a vostro rischio e pericolo ;-)

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